Memoria/Interviste: Carmelo Bene (1996)

Il 23 gennaio 1996, con la complicità di Federico Fiorenza, allora direttore del Teatro Stabile d’Abruzzo, dopo la replica al Comunale dell’Aquila del suo spettacolo “Hamlet Suite”, riuscii ad essere ammessa nel camerino di Carmelo Bene. L’attore ritornava in teatro con un collage di testi e musiche cuciti intorno al personaggio shakespeariano, suo cavallo di battaglia, dopo alcuni anni di assenza dalle scene in cui, come diceva, era stato impegnato “a disoccuparsi di se stesso”.

Il ritorno all’Aquila, a più di vent’anni dalla sua memorabile presenza di artista per un certo periodo in residence nella città, coincideva con una delle tante crisi finanziarie dello Stabile, all’epoca in procinto d’essere nuovamente commissariato.

La società culturale militante salutò pertanto la venuta di Bene con inevitabile nostalgia per un mirabile e raro attivismo delle istituzioni culturali aquilane, in un passato ormai lontano, accogliendo l’artista con una mostra documentaria al Muspaq, che l’attore visitò brevemente, prima di raggiungere amici e collaboratori di un tempo a una festa privata.

Per Enrico Sconci, direttore del museo, che aveva sede proprio nei locali lungo il corso originariamente occupati  dall’Accademia di Belle Arti, dove dunque lo stesso Bene aveva tenuto lezioni di regia nel 1971, si trattava “di ricollegarne la presenza come memoria storica alle sperimentazioni future dei vari linguaggi espressivi”. La mostra evento, della durata di una serata e intitolata semplicemente “Omaggio a Carmelo Bene”, offriva tre sezioni dedicate rispettivamente alla “Cena delle Beffe”, lo spettacolo con protagonista l’attore salentino prodotto dal TSA nel 1973, con le foto di scena conservate nell’archivio del teatro e alle lezioni di Bene su luce e colore ne “La bagneuse de Valpinçon” di Ingres, da lui tenute all’Accademia con la presentazione dei risultati in un tableux vivant al Comunale. Vi era poi una sezione video e fotografica sul suo film “Salomè” e sullo spettacolo teatrale “Riccardo III”.

In alcuni testimoni, in primis Giancarlo Gentilucci, all’epoca direttore del Teatro Accademico (TADUA) e docente all’Accademia di Belle Arti che, come Sconci, era stato allievo di Bene, il ritorno dell’artista originò una pugnace riflessione critica sull’attualità del teatro all’Aquila e sul senso di continuare a tenere in vita strutture deputate e finanziate per produrre cultura ma che apparivano ormai inesorabilmente dei malati cronici che “consumano non solo il denaro pubblico ma soprattutto la nostra esistenza, inselvatichendo il territorio e soprattutto la nostra città”. (Cfr. G. Gentilucci, Il Messaggero, 30 gennaio 1996).

Dal mio incontro con Carmelo Bene scaturì una breve e bizzarra intervista, che venne pubblicata sulla pagina culturale del Messaggero Abruzzo (25 gennaio 1996), con il titolo “Parla il Maestro: dissacrare per uscire dalla forma teatrale”. L’intervista fu in realtà una specie di gioco, in cui, superato un iniziale imbarazzo, l’essere continuamente inetrrotta e contraddetta produceva l’impressione persino divertita della correzione del Maestro. Bene fu insperatamente disponibile e gentile.  Così, se da  teatro ero uscita con la certezza di aver assistito a una straordinaria prova d’attore, nelle risposte di Bene alle mie domande fu una continua, compiaciuta e divertita negazione del teatro come fatto culturale e sociale.

Maestro, che memorie ha tratto con sé dell’Aquila, dove ha a lungo operato e lasciato una traccia indelebile?

In tutte le cose che si vivono, l’importante è dimenticare. Quando si cominciano ad accumulare i ricordi, è finita.

Attualmente il teatro all’Aquila…(mi interrompe)

Non mi interessa, io non seguo il teatro, il teatro è volgare.

Nel suo spettacolo, dunque, non si tratta di teatro?

Si tratta di un continuo smettere il teatro, un continuo cestinare Shakespeare e questa cretinata alla quale ho dedicato tutta la mia vita: Amleto, che è come la Monna Lisa, non si sa se è un capolavoro perché se ne parla, o se se ne parla perché è un capolavoro. Il mio è semmai un omaggio a Laforgue.

Lei è il padre dell’avanguardia teatrale italiana… (mi interrompe di nuovo).

Io non ho mai fatto parte di nessuna avanguardia e non ho mai avuto dei compagni di strada. L’avanguardia è cinica, guarda sempre avanti.

Ha sempre delegittimato la scrittura mediatrice dei critici.

La mia è una lettura come oblio, è per dimenticare. Lo scritto sarebbe il morto orale, contrario a una voce che va al di là della voce.

Tuttavia nel suo spettacolo invoca un’infermiera per l’arte…

A me l’arte fa schifo, è consolatoria, decorativa, sempre borghese. Laddove, dopo il gotico, diventa individuale, l’arte diventa rappresentazione di stato, incappa sempre nell’espressione. Ecco perché c’è la storia dell’arte.

Dunque il teatro non ha alcuna utilità culturale e nessuna speranza?

Il teatro è finito come strumentaccio sociale. Bisogna smetterla con il sociale, un plebiscito contro il buon gusto. E basta con la speranza, bisogna uscire dalla forma, dall’espressione.

Carmelo Bene è scomparso il 16 marzo 2002, a 64 anni. Era nato a Campi Salentina il 1 settembre 1937.

Per saperne di più sulla sua collaborazione con lo Stabile dell’Aquila, cfr. A. Di Muzio, “Tsa cronaca e storia”, Teramo, Ricerche&Redazioni, 2015.

 

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